Valorizzare il cibo per evitare lo spreco alimentare

Da Slow Fish, la proposta di una rete di volontariato per recuperare le eccedenze prima che queste diventino rifiuto.

Secondo la FAO, il 30% del pesce sulle nostre tavole viene buttato via. Ma il dato riguarda più che altro l’ultimo anello dell’intera filiera ittica, come abbiamo raccontato in questi giorni a Slow Fish.

Le logiche di mercato vogliono che la merce sia disponibile in abbondanza e a basso costo. Quando a diventare una commodity è il cibo, questo perde di valore e sprecarlo diventa più facile. Lo stesso vale per il pescato, che non viene buttato solo nei ristoranti, in pescheria o nelle abitazioni private: molto, infatti, viene gettato all’inizio della filiera ittica, cioè quando viene pescato.

Secondo Franco Andaloro, dirigente di ricerca dell’Ispra, lo spreco di pesce in generale oscilla tra il 40 e l’80%, a seconda della parte di filiera che prendiamo in considerazione. Quella del pesce ributtato a mare, per esempio, è una delle maggiori fonti di spreco del mondo ittico. «Oggi la richiesta dei consumatori è concentrata su pochissime specie. Ciò spinge il pescatore a rigettare in mare quelle non valorizzate dal mercato», racconta Andaloro. Negli ultimi 30 anni siamo passati dal consumo di 60 specie a una decina, continuando a insistere sugli stessi tipi di pesci. «Non vogliamo criminalizzare la pesca industriale», continua Andaloro, «però questa produce tantissimo spreco, mentre è dimostrato che quella artigianale ne ha pochissimo. Contro gli sprechi si potrebbe potenziare la rete di volontariato per recuperare le eccedenze prima che queste diventino rifiuto, allora avremmo trovato un modo pratico di combattere lo spreco» abbozza Andaloro.

Altro tema è quello degli allevamenti di acquacoltura. «Quando mangiamo un chilo di salmone in realtà stiamo anche mangiando 7 chili di pesce azzurro impiegati nei mangimi», spiega Silvio Greco, presidente del Comitato scientifico di Slow Fish. «Stiamo trasformando proteine a basso costo in proteine ad alto costo. E anche questo è uno spreco. L’allevamento di pesci ha un peso enorme sul mondo marino: per la prima volta nella storia l’uomo sta allevando animali carnivori, predatori. Una cosa assurda».

Ed è proprio a proposito di recupero che è chiamata in causa Maria Chiara Gadda, deputata e promotrice della legge 166/2016: «Lo spreco va contro il diritto universale d’accesso al cibo. Nella legge non si parla di rifiuto, perché l’intenzione è quella di intervenire prima che l’eccedenza diventi scarto e possa essere donato a persone indigenti». Oggi il 49% degli sprechi alimentari avviene tra le mura domestiche. «Le leggi possono rimanere inapplicate se manca l’informazione. Le persone non decidono di sprecare volontariamente: lo fanno perché non conoscono la differenza tra data di scadenza e data di consumo o perché non conoscono le modalità di conservazione. La legge interviene a valle, quindi è necessario un lavoro di prevenzione. Per rendere questa legge più efficace è necessaria la collaborazione fra le diverse parti civili: gli enti territoriali devono favorirne l’applicazione potenziando la raccolta differenziata; la magistratura deve impugnarla laddove necessario; i cittadini devono saperla valorizzare. Insomma, solo in questo modo la legge può essere di interesse per la collettività».

«Bisognerebbe andare a fare la spesa con lo stesso atteggiamento con cui si va per funghi: non con la lista delle cose da comprare ma pronti ad adattarsi alla disponibilità», è il punto di vista di Cinzia Scaffidi, vicepresidente di Slow Food Italia che ha di recente firmato il libro Pesce – Come sceglierlo per stare bene e rispettare il mare, pubblicato da Slow Food Editore nella sua nuova collana dedicata a cibo e salute Slow Life. «Inoltre troppo spesso seguiamo il gioco della convenienza: credendo di fare un buon affare, acquistiamo ciò che costa meno. Cosa che su altri prodotti ci farebbe sorgere perlomeno qualche dubbio: acquistereste in tutta tranquillità un cellulare per pochi euro? Quando il pesce che compriamo costa poco bisognerebbe chiedersi se è stato pescato rispettando la natura, la stagionalità, la taglia giusta: quello che risparmiamo oggi, lo pagheremo in futuro sotto forma di impatto sull’ambiente».

Conclude l’assessore all’agricoltura, allevamento, caccia e pesca della Regione Liguria, Stefano Mai: «Il pescatore non deve essere visto come il predatore del mare ma come suo custode. Dobbiamo lavorare sulla tracciabilità dei prodotti, il rapporto con la ristorazione e l’educazione alimentare nelle scuole: ad esempio, noi spingiamo perché le mense scolastiche utilizzino solo prodotti locali. Credo si debba ribaltare la logica per cui il pescato importato venga pagato cache ai pescatori mentre quello locale sia messo in conto vendita. Questo non aiuta di certo la commercializzazione del nostro pescato locale, incrementando il rischio di spreco».

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