Cambiamento climatico: cosa succede nei nostri mari e oceani, perché e cosa si può fare per invertire la rotta

Gli oceani sono il nostro principale alleato nella lotta al riscaldamento globale, ma sono anche i primi a pagarne il prezzo. Nei prossimi decenni ci troveremo a fare i conti sia con l’innalzamento dei mari sia con la scarsità di acqua dolce: una sfida che può anche trasformarsi in opportunità di innovazione sul piano tecnologico.

Di tutto questo parleremo a Slow Fish nella conferenza di venerdì 19 maggio Il cambiamento climatico: impatti e scenari di adattamento. Questo articolo è il risultato di una chiacchierata con uno dei relatori invitati ad affrontare il tema Vincenzo Ferrara, fisico e climatologo.

Forse non lo sapevate, ma il riscaldamento globale agisce soprattutto dove non riusciamo a vederlo: nelle acque dei mari. Il 94% dell’effetto serra antropico viene infatti immagazzinato negli oceani, non nell’atmosfera.

Per renderci conto di quanto le acque assorbano come una spugna l’anidride carbonica prodotta dall’uomo, basterà pensare che in soli quattro metri di profondità si potrebbe contenere tutto il calore dell’atmosfera terrestre.

«La capacità di assorbimento degli oceani, a parità di volume, è di circa 4000 volte maggiore» ricorda il fisico e climatologo Vincenzo Ferrara, già dirigente dell’Enea e referente nazionale del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite. Le acque si trovano in prima linea nella lotta ambientale, e sono perciò più esposte agli effetti del riscaldamento globale. Aumento delle temperature, scioglimento dei ghiacciai, correnti e movimenti geologici concorrono insieme a peggiorare il quadro dell’innalzamento dei mari.

Il livello degli oceani, spiega Ferrara, sta crescendo a un ritmo maggiore di quello che si stimava nelle più pessimistiche previsioni: siamo a una media di oltre 3 millimetri in più all’anno, anche se non ovunque il fenomeno si osserva nelle stesse proporzioni. Un primo fattore da tenere in considerazione è il fatto che, come in qualunque corpo soggetto alle leggi della fisica, anche in acqua il riscaldamento provoca una dilatazione. Bisogna poi aggiungere l’effetto dello scioglimento dei ghiacci e un’altra variabile che spesso si trascura di considerare, cioè la forza centrifuga della Terra – molto più elevata all’equatore, dove i mari potrebbero salire di un metro nel corso di questo secolo, e più contenuta altrove. Nel Mediterraneo l’innalzamento dovrebbe aggirarsi sui 20 centimetri, ma si prevede anche che sarà maggiore nel mar di Levante e inferiore nel Mediterraneo occidentale.

Infine, avverte il climatologo, non dimentichiamoci di quel che accade nella crosta terrestre: «Il suolo è soggetto a fenomeni geologici che, ad esempio, fanno sì che l’Italia si trovi sottoposta in parallelo a un movimento tendente allo sprofondamento nel Settentrione, specie nell’alto Adriatico, e a un sollevamento che interessa le regioni meridionali». Di conseguenza, anche in questo caso le stime generali potrebbero variare sia per eccesso sia per difetto. Nell’Adriatico si può pensare a un innalzamento del livello del mare di 50-60 centimetri, mentre le coste calabresi e siciliane saranno molto meno interessate dal problema. Già in questi giorni si è parlato della siccità che sta riducendo in ginocchio il Nord Est e compromettendo molte coltivazioni. L’Adige è in secca e il mare risale i campi rendendo sabbiosi i terreni e depositando cefali e seppie in mezzo alle campagne.

La scarsità d’acqua resta il vero dramma, destinato a riguardare l’intera penisola nei prossimi decenni se non provvederemo in tempo a porvi rimedio: «In molte zone costiere le acque marine penetrano nelle falde d’acqua dolce. Il processo è particolarmente vistoso nel delta del Po, dove l’intrusione dell’acqua salata è arrivata a oltre 20 chilometri dal mare, e appunto nel Nord Est, segnato anche da gravi sprechi nella conduzione di coltivazioni come quella del mais». L’agricoltura, che utilizza il 70% dell’acqua potabile, è la prima responsabile di questi sprechi ma può diventare la leva del cambiamento, se saprà dotarsi di sistemi più efficienti e puliti.

Le misure da prendere, afferma Ferrara, sono già tutte disponibili: si tratta, in primo luogo, di evitare l’irrigazione per aspersione, promuovere l’utilizzo di sistemi a goccia e razionalizzare la gestione di consorzi di bonifica e irrigazione, servizi idropotabili e servizi industriali. Serve insomma una gestione più integrata ed equilibrata dell’intero ciclo dell’acqua, all’interno della quale anche noi come consumatori possiamo fare la nostra parte: per esempio ricordando che un solo chilo di carne costa all’ambiente tra i 15 e i 20.000 litri d’acqua e che sprecare il cibo significa assetare il pianeta.

Le questioni ambientali dei prossimi decenni non riguardano solo la sostenibilità dello sviluppo, ma il nostro stesso modello sociale ed economico. Diventare più efficienti dal punto di vista energetico significa fare un passo avanti nello sviluppo economico, ricorda ancora Ferrara, per questo «la lotta ai cambiamenti climatici non dev’essere per forza un peso, ma può trasformarsi in un’opportunità di innovazione tecnologica. Chi sarà capace di innovare di più potrà anche assumere un ruolo di leadership globale nel futuro».

di Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

Tags:

Official Partner: