I contaminanti del sistema marino: pericoli invisibili

Gli ambienti profondi sono un’immensa riserva di biodiversità per la Terra, minacciata oggi da nemici visibili e invisibili. Ne parliamo con Roberto Danovaro, presidente della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli.

Le profondità marine sono per definizione il luogo dell’insondabile, orrido e meraviglioso al tempo stesso: non è un caso se, da Verne a Lovecraft, prima ancora dei misteri cosmici è l’abisso ad aver esaltato le fantasie letterarie dei grandi autori di fantascienza.

Roberto Danovaro.

Forse non tutto ciò che popola questi luoghi dello spazio (e dello spirito) è stato svelato, ma sappiamo che in mare aperto scorre la linfa vitale della nostra società: il 95% dei cavi indispensabili alle telecomunicazioni segue infatti vie marine. E negli oceani si trovano enormi risorse energetiche di cui gli Stati e le multinazionali si contendono lo sfruttamento, lungo rotte attraverso cui passa il 90% dei trasporti globali.

Ma gli ambienti profondi sono soprattutto un’immensa riserva di biodiversità per la Terra, minacciata oggi da nemici visibili e invisibili. Ce ne parla Roberto Danovaro, presidente della Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, che oltre a essere uno dei più importanti biologi marini italiani è anche un esperto di fondali e profondità oceaniche: «Per tutelare le acque profonde avremmo bisogno in primo luogo di un’autorità che se ne occupi. L’International Seabed Authority (Autorità Internazionale per i Fondali Marini) stabilisce concessioni sulle acque internazionali, ma il problema non è di concessioni quanto di controlli e sanzioni».

Per questo, insieme al suo gruppo di ricerca, il biologo genovese si è fatto promotore attraverso la rivista Science di un trattato internazionale per la salvaguardia degli abissi, sulla falsariga del trattato antartico che dal 1959 tutela gli ecosistemi del continente di ghiaccio.

«Le Nazioni Unite stanno compiendo un percorso importante e siamo fiduciosi che la nostra proposta possa essere presa in considerazione» spiega Danovaro, dal quale arriva un elogio agli sforzi compiuti dall’Unione Europea con la Strategia Marina: «Lo scorso 1 aprile siamo finalmente partiti con il progetto per l’implementazione della strategia marina nel Mediterraneo profondo. Al termine di questo progetto avremo modo di capire meglio come proteggere questi ambienti, equivalenti al 95% del volume degli oceani e al 50% della loro superficie».

Nel frattempo, però, i nemici del mare continuano a intorbidire le acque. Sappiamo ormai abbastanza di quelli più famigerati, dagli sversamenti petroliferi alle spaventose isole di rifiuti galleggianti. Molto meno noti sono i pericoli invisibili: a cominciare dalle microplastiche, al centro degli approfondimenti in questa edizione di Slow Fish con la conferenza I contaminanti del sistema marino, sabato 20 maggio, e il Master of Food Pesci di plastica domenica 21 maggio.

Ph. Fred Dott | Greenpeace

La maggior parte delle microplastiche arriva dalle fibre dei nostri vestiti quando effettuiamo lavaggi in lavatrice. Ma anche l’abrasione degli pneumatici in strada e le microsfere contenute in esfolianti e dentifrici contribuiscono a far defluire in mare frammenti plastici «perfino più piccoli delle PM10, le polveri sottili che respiriamo», e non per questo meno nocivi.

Le stesse macroplastiche, ricorda Danovaro, finiscono per ridursi in particelle minuscole. Con una conseguenza più grave: «Le microplastiche tendono infatti ad assorbire contaminanti, diventando così vere e proprie “micropillole” di veleno per gli organismi marini che le ingeriscono».

Solo qualche giorno fa, il rapporto DeFishGear diffuso da Ispra ha rilevato tra Adriatico e Ionio una media di 332 rifiuti galleggianti per ogni chilometro quadrato d’acqua, con punte superiori ai 1000 oggetti per i tratti più inquinati come la laguna di Venezia.

La notizia peggiore, tuttavia, è che non sono soltanto petrolio e plastica a minacciare l’ambiente marino: «Il Mediterraneo è complessivamente il mare più minacciato del mondo, ma sono molte componenti a renderlo tale. Se puntiamo l’indice su una sola di queste, magari quella più “alla moda”, rischiamo di trascurarne altre».

Il biologo evidenzia in particolare su due grandi temi: da un lato la pesca indiscriminata e l’acquacoltura non sostenibile, dall’altro impatto del cambiamento climatico sulle acque.

Qui, più che in ogni altro frangente, si gioca la sfida per la salvezza degli oceani. La Strategia Marina lanciata dall’Unione Europea è in questo senso «una rivoluzione culturale e pratica nel rapporto tra uomo e mare», ma troppo spesso si scontra con le resistenze e l’impreparazione di chi dovrebbe metterla in atto: «Dobbiamo implementare queste politiche con forza» conclude Danovaro, «non con lo spirito di chi si preoccupi solo di evitare le multe. Perché il problema non è lanciare qualche monitoraggio, ma raggiungere un buon livello di qualità ambientale: in Italia siamo lontanissimi dal farlo e rischiamo di accorgercene troppo tardi».

di Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

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