Decidiamo insieme il futuro del mare

Se continuiamo di questo passo, nel 2050, nei mari e negli oceani, ci sarà più plastica che pesce. Ecco perché le scelte di ognuno di noi fanno la differenza: oggi possiamo decidere tra un disastro completo e un lento ma virtuoso cammino verso la sostenibilità.

Le parole chiave per riconoscere il “pesce buono” sono la durata del ciclo vitale del prodotto, il tipo di pesca utilizzato per catturarlo, la sua diffusione.

Ne hanno parlato Michele Sozio, nutrizionista e Paola Durelli, dietista, durante il Master of Food “C’è pesce per tutti?” che si è tenuto nell’aula didattica di Eataly, nel Porto Antico di Genova.
Il messaggio lanciato è chiaro: ognuno di noi, attraverso scelte consapevoli di consumo, può contribuire a determinare il futuro del mare. Il numero di persone che saranno consapevoli e coinvolte nel problema farà la differenza.

«Scegliere in pescheria un tipo di pesce piuttosto che un altro – spiega Michele Sozio – non è solo una scelta di salute ma anche e soprattutto una presa di posizione sul futuro che vogliamo per noi e per i nostri figli».

«Per quanto riguarda la durata media della vita – spiega Sozio – occorre sapere che un pesce che vive a lungo accumula nella carne più sostanze nocive rispetto a un altro che, invece, vive naturalmente meno. Per questo noi consigliamo di consumare il pesce azzurro come le acciughe, le triglie o le sarde, dal ciclo vitale cortissimo».
Anche il tipo di pesca usato per la cattura dovrebbe indirizzare il consumatore negli acquisti consapevoli.

«Non c’è dubbio – ha spiegato ancora Sozio – che un prodotto catturato con reti a strascico dalle grandi “navi fattoria”, in mare praticamente senza sosta e con produzioni enormi, sia più impattante sulla Natura rispetto al pescato frutto del lavoro di piccole marinerie che lavorano su territori che conoscono e che hanno tutto l’interesse a mantenere sani gli stock. Un consumatore attento sceglie prodotti locali e provenienti dai pescatori più vicini a casa».

Il terzo ma non meno importante criterio di scelta è la “quantità” di un determinato tipo di pesce nel mare.
«Questo è l’argomento più spinoso – scherza Sozio –ma che può davvero rappresentare una svolta rapida e decisiva del Mercato. Quando si acquista un pesce, in genere, si sceglie in una rosa molto ristretta di nomi e questo è un vero errore. Rispetto alle oltre 150 varietà consumate abitualmente a metà Ottocento, infatti, nelle pescherie di oggi se ne trova una decina, a volte anche meno. Questo comporta un evidente sovra- sfruttamento dei quantitativi disponibili di quelle determinate specie e il sostanziale abbandono, per mancanza di interesse economico, di migliaia di pesci pescati comunque con le reti e che sempre più spesso finiscono – ormai morti – in mare. È una pratica assurda che dobbiamo assolutamente modificare se abbiamo a cuore il futuro di mari e oceani”.

Quello che erroneamente viene definito “pesce povero” infatti, nasconde straordinarie qualità nutrizionali e supera spesso, in quantità di elementi nutritivi, le specie che troviamo abitualmente vendute come amiche della salute. Parliamo ad esempio del pesce azzurro rispetto al salmone. Sgombri, acciughe, palamita e sugarello non hanno nulla da invidiare al collega pescato nell’oceano, per non parlare di quello allevato.

Un tema di scottante attualità considerando che il 90% del prodotto disponibile nei normali canali di acquisto è comunque salmone di allevamento e che negli Usa si è già arrivati alla produzione su vasta scala di salmone Ogm, curato con sostanze disinfettanti, con carni colorate artificialmente e alimentato con farine di pesce e persino di carne animale.

«A me non suona bene il fatto che del salmone allevato si possa decidere persino la tonalità del colore – prosegue ancora il nutrizionista – In Usa il mercato richiede carni di rosso più intenso mentre in Europa devono essere arancioni. Tutto deciso a tavolino e modificato chimicamente. C’è poi il problema della sua alimentazione visto che, per produrre un chilo di prodotto, occorrono 5 chilogrammi di farine. In pratica usiamo un’enorme quantità di pesce pescato con metodi non proprio corretti per alimentare altri pesci».

Per dimostrare che la scelta del consumatore non sia a scapito della qualità, poi, gli organizzatori dell’evento hanno preparato due piatti a base di pesce poco conosciuto ma dallo straordinario valore gastronomico: la leccia e il pesce spatola.

Il filetto di Leccia offre ottime quantità di Omega 3, basso contenuto di grassi e sapore delicato e gradevole mentre l’involtino di spatola, pesce di profondità molto simile al serpente ma più schiacciato e dall’inconfondibile pelle argentata e riflettente, offre l’occasione di gustare un piatto di pesce dal sapore eccezionale dal costo davvero contenuto.
Il futuro del mare non passa necessariamente attraverso rinunce e privazioni.

Andrea Carotenuto

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