È il momento di dare tregua agli oceani

Secondo la Banca Mondiale concedere una pausa agli oceani paga, e tanto. Si calcola che una riduzione della pressione di pesca corrisponderebbe a 83 miliardi di dollari in più.

Meno è di più. Miliardi di dollari in più. È questa la conclusione cui è approdata il report della Banca Mondiale The Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), la cui revisione è stata pubblicata da poco. La conclusione è andare verso una gestione più sostenibile delle risorse ittiche – in massima parte limitando gli scarti – genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari.

L’aggiornamento dello studio pubblicato per la prima volta nel 2009 suggerisce che ridurre la pressione di pesca globale è un passo necessario che contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici – una voce che, da sola, corrisponderebbe a un aumento dei profitti fra i 3 e gli 86 miliardi di dollari.

La percentuale delle zone di pesca pienamente sfruttate, sovrasfruttate o esaurite è cresciuta in maniera vertiginosa. Si è passati dal 60% nella metà degli anni Settanta a circa il 75% nel 2005 a quasi il 90% del 2013. Questi i numeri evidenziati dal rapporto, che mette ampiamente in luce l’inefficienza dell’industria della pesca. Quando gli stock ittici si esauriscono, le zone di pesca si spostano più lontano dalle aree di consumo, e quindi raggiungerle richiede più energia e un maggiore dispendio di risorse logistiche.

Per quanto la situazione appaia preoccupante, c’è tuttavia una possibile soluzione. L’unico modo per raggiungere agli stock sani, come lo studio conferma, è quello di lasciare le popolazioni indisturbate, far loro risolvere il problema se stessi ed eventualmente passare a un modello di pesca biodinamica. Il modello di intesa è già stato messo a punto dal professor Ragnar Arnason dalla Facoltà di Economia presso l’Università di Islanda. Arnason, che è anche l’autore del rapporto The Sunken Billions, ha evidenziato in modo critico il fatto che l’industria della pesca attuale si concentra solo su alcune specie, il che si traduce in uno squilibrio nell’ecosistema, mentre il ripristino degli stock ittici delle specie commerciali presumibilmente potrebbe portare a ecosistemi marini più sani.

La vicepresidente della Banca Mondiale per lo sviluppo sostenibile, Laura Tuck, ha commentato: «Questo studio conferma ciò che abbiamo potuto appurare in diversi contesti territoriali: concedere una pausa agli oceani paga». Inoltre, sempre sescondo Tuck, scegliere un modello di gestione più sostenibile può produrre benefici per la sicurezza alimentare, la riduzione della povertà e la crescita a lungo termine. Certamente, non si raggiungerebbe solo un guadagno economico. Il ripristino degli stock potrebbe contribuire a soddisfare la domanda mondiale e migliorare la sicurezza alimentare in molti paesi in cui l’alimentazione a base di prodotti ittici – una voce essenziale dell’alimentazione umana – è carente.

Se il rapporto mostra come vi sia urgente necessità di un sistema di gestione restrittiva, non disegna tuttavia un percorso chiaro su esso potrebbe essere instaurato con successo. Le riforme fatte in vari paesi, tuttavia, hanno dimostrato che modelli di gestione studiati su misura per zone di pesca specifiche finora sono stati efficaci per migliorare i mezzi di sussistenza e le condizioni lavorative delle popolazioni costiere.

Come suggerisce lo studio, gli stock ittici sono minacciati dall’industria, l’inquinamento, lo sviluppo costiero e gli impatti dei cambiamenti climatici. Fortunatamente, però, non vi è una chiara evidenza che dimostra che non è troppo tardi per fare marcia indietro. Una grande notizia per l’economia globale, per l’ambiente e gli ecosistemi marini.

di Buket Soyyilmaz
b.soyyilmaz@slowfood.it

Fonti
www.worldbank.org/en/news/feature/
www.worldbank.org/en/news/press-release/
Les Echos, Francia – 17 febbraio 2017 – [Joël Cossardeaux, Quotidiano – a cura di Agra Press (gin)]

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