Parola d’ordine: vietato sprecare – Ogni nodo della rete può fare la sua parte

Contrastare gli sprechi alimentari in fase di pesca, trasformazione e utilizzo casalingo è possibile. Il consumatore svolge un ruolo essenziale in tal senso: chi rifiuta un pesce spada per una boga ha già fatto la differenza.

Di questo parliamo a Slow Fish domenica 21 maggio con una conferenza dedicata alla valorizzazione del prodotto alimentare. Tra i nostri ospiti c’è Franco Andaloro, capo del Dipartimento Uso Sostenibile delle risorse dell’Ispra e membro del comitato scientifico di Slow Fish.

Uno dei Laboratori di Slow Fish 2015 dedicati alla valorizzazione del pescato.

Il regolamento Ue 1380/2013
Parola d’ordine: vietato sprecare. La lotta allo spreco passa anche per i nostri mari e in questa direzione vuole muoversi il regolamento Ue 1380/2013, col quale dal 2014 l’Europa ha vietato la pratica del rigetto in mare del pesce.

Il legislatore ha comunque lasciato margini di tempo ai pescatori per adeguarsi alla nuova normativa, che in Italia segna una radicale inversione di rotta: basti pensare che per la legge italiana, grazie al decreto legislativo 4/2012, fino a pochi anni fa il rigetto dei pesci sotto taglia era non solo consentito, ma obbligatorio.

Dal primo gennaio di quest’anno è cominciata una nuova fase. Il divieto di rigetto, previsto in precedenza solo per sardine, acciughe, sgombri e sugarelli catturati con reti da traino o da circuizione (la tecnica della lampara), si è esteso a merluzzi e triglie presi con reti a strascico.

Il pesce sotto taglia ora va registrato a bordo, sbarcato e consegnato alle ditte che si occupano dello smaltimento. Ma proprio qui cominciano i problemi. Franco Andaloro, capo del Dipartimento Uso Sostenibile delle risorse dell’Ispra e membro del comitato scientifico di Slow Fish, ci spiega cosa c’è in ballo: «Il divieto di rigetto tocca tre categorie diverse. Abbiamo i pesci sotto taglia, i pesci non edibili e i pesci edibili che non hanno mercato. Queste ultime due sono quelle su cui possiamo intervenire».

Ma in che modo? Ѐ presto detto: per quanto riguarda quelli edibili, spesso pesci “dimenticati” si tratta di avvicinare pescatori e consumatori a un vasto mondo di specie troppo spesso trascurate dai nostri menù. Delle 150 specie ittiche consumate 50 anni fa in Italia oggi i ristoranti e i mercati ne propongono meno di 40, a cominciare dagli onnipresenti (e sovrasfruttati), triglie, merluzzi, pesce spada e tonni.

Alaccia di Lampedusa, Presidio Slow Food, foto Paolo Andrea Montanaro

Altrettanto complesso è il lavoro da avviare sulle specie non commestibili, la cui cattura dovrebbe essere comunque ridotta migliorando la selettività degli attrezzi da pesca. Queste ultime comunque possono costituire il fulcro di una chimica e una farmacologia dei prodotti del mare: con l’olio di pesce, ricco di omega 3, già si producono cosmetici e integratori alimentari, ma è possibile anche utilizzarlo per quelle che si chiamammo oggi “buone proteine del mare” oggi allo studio dei ricercatori.

Due facce della stessa medaglia
Sarebbe però un errore, ricorda Andaloro, ridurre il tema dello spreco in mare a quel che viene rigettato sia legalmente sia illegalmente: «Parlare di spreco significa risalire lungo l’intera filiera. Pensiamo al pesce che avanza nella ristorazione (il cui recupero oggi può essere semplice grazie alla nuova legge sullo spreco alimentare approvata nel 2016), alle parti di pesce scartate nella lavorazione e perfino al pesce che resta in mare perché non richiesto dal mercato, quando si tratta di specie abbondanti ma dimenticate: se i pescatori non le utilizzano, dovranno per forza rivolgersi a quelle sovrasfruttate».

Spreco e overfishing, insomma, sono spesso due facce della stessa medaglia, due etichette diverse per definire un fenomeno che sta divorando i nostri mari: proprio il 1 aprile quest’anno è scattato il Fish Dependence Day del Wwf, cioè il giorno in cui termina la capacità di soddisfare la domanda interna col pescato nazionale.

Per l’Italia, dove il consumo si aggira sui 25 kg l’anno (ma quasi metà dei consumatori sceglie solo sei specie), il conto alla rovescia si è avvicinato sempre di più negli ultimi decenni: oggi due terzi del mercato dipendono dall’offerta estera e in Europa, dove il “giorno della dipendenza” scatterà il prossimo 6 luglio, non va molto meglio.

Nella lotta allo spreco, continua il dirigente Ispra, ogni nodo della rete può fare la sua parte: «I governi devono semplificare i trasferimenti di cibo sprecato alle associazioni del terzo settore, come previsto dalla recente legge anti spreco. In aggiunta a questo, si pensi a politiche di rilancio dei pesci dimenticati e a progetti di ricerca e innovazione dedicati all’utilizzo delle proteine dallo scarto».

Dal canto suo il settore ittico può lavorare per mettere in piedi sistemi di riutilizzo dei pesci scartati e – specie nel caso della pesca artigianale – per una riscoperta culturale delle specie meno utilizzate.

Ma la parte del leone spetta ai consumatori: «Il consumatore è lo stakeholder più importante: chi rifiuta un pesce spada per una boga ha già fatto la differenza». Governi attenti all’ambiente e alle classi più deboli, pescatori che si muovono nei princìpi della sostenibilità e consumatori responsabili e informati sono i capitani coraggiosi di cui la biodiversità marina ha bisogno per cambiare rotta prima che sia troppo tardi.

di Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

Una dieta sostenibile è alla portata di tutti: nel Master of Food Ma c’è pesce per tutti, in calendario venerdì 19 maggio a Slow Fish, impariamo con esempi e degustazioni come valorizzare le fonti alternative di omega-3, i pesci stagionali e a ciclo vitale breve, poco conosciuti e meno costosi. Non perdere l’occasione!

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