Solo uniti salviamo il mare

Sul Mediterraneo si affacciano ben ventidue Stati, appena sette dei quali fanno parte dell’Unione Europea. Il rischio è che il mare venga ridotto a res nullius e che in questa ennesima “tragedia dei beni comuni” nessuno si faccia carico delle emergenze. A Slow Fish vogliamo anticipare i temi del prossimo G7 dell’Ambiente di Bologna, perché abbiamo consapevolezza che è necessario intervenire e che per farlo occorre ragionare su scala continentale, prestando attenzione a parole che non sono ancora entrate nell’agenda della politica.

“Ce lo chiede l’Europa” è un mantra spesso indigesto, ma c’è un’Europa che “chiede” altro rispetto a quel che siamo abituati a sentire nei telegiornali. È il caso della Strategia Marina, un complesso di politiche ambientali messo a punto per monitorare i nostri mari e per garantire – secondo parametri certi – la qualità delle acque.

Tutto nasce dalla Direttiva quadro 2008/56/CE sulla strategia per l’ambiente marino, emanata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea e poi recepita in Italia con il decreto legislativo 190 del 2010.

La direttiva si propone di diventare il pilastro ambientale della futura politica marittima dell’Unione Europea, ponendo agli Stati membri l’obiettivo di raggiungere entro il 2020 il buono stato ambientale (GES, “Good Environmental Status”) per le proprie acque. Ogni Stato deve quindi mettere in atto, per ogni regione o sottoregione marina, una strategia che comprenda una fase di preparazione e un programma di misure.

Per “buono stato ambientale” si intende la capacità di preservare la diversità ecologica e la vitalità dei mari e degli oceani, mantenendo l’utilizzo dell’ambiente marino a un livello sostenibile. Per consentire agli Stati di raggiungere gli obiettivi, la direttiva ha anche fissato undici descrittori che definiscono le condizioni per poter parlare di buono stato ambientale.

Ma come si è mossa finora la macchina della politica e dell’amministrazione? «L’Italia finora sta facendo la sua parte, con convinzione e con un investimento considerevole di risorse» assicura Silvio Greco, biologo marino e membro del gruppo di lavoro creato dal ministero dell’Ambiente per occuparsi della strategia marina italiana.

Per mettere in atto le politiche di conservazione e mitigazione degli impatti bisognerà aspettare tutti i dati conoscitivi, ma secondo il presidente del comitato scientifico di Slow Fish si possono fin d’ora individuare alcuni interventi necessari: «Una legge per la riduzione degli imballaggi è imprescindibile nell’ottica della gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti. Ma sarebbe utile anche pensare a un divieto di utilizzo delle microplastiche nelle creme e nei dentifrici».

Se la politica nazionale si sta facendo sentire, coordinarsi su un piano più ampio non è sempre agevole. Sul Mediterraneo, ricorda Greco, si affacciano ben ventidue Stati, appena sette dei quali fanno parte dell’Unione Europea.

Il rischio quindi è che il mare venga ridotto a res nullius e che in questa ennesima “tragedia dei beni comuni” nessuno si faccia carico delle emergenze. L’allarme è legato innanzitutto al riscaldamento globale, in particolare perché in acqua non c’è modo di trovare segnali evidenti di crisi, e laddove succede è spesso difficile decifrarli: «Se una foresta è affetta da piogge acide ce ne rendiamo conto guardando le foglie bruciate, ma nel mare è molto più complicato cogliere gli effetti del clima. Uno dei segnali di crisi più evidenti è l’enorme proliferazione di meduse nelle nostre acque, fenomeno che ormai non è più ciclico ma costante».

Eppure non mancano avvenimenti su cui riflettere: «La siccità che abbiamo vissuto in questi mesi, per esempio, è un’emergenza per il mare tanto quanto lo è per le campagne: i piccoli pelagici, come acciughe e sarde, non si riproducono se non dispongono di acqua dolce ». Se dal Po o dall’Ebro non arriva un flusso sufficiente, insomma, queste specie sono le prime a risentirne, tanto più perché il Mediterraneo è un mare molto salato.

«Per tutte queste ragioni» conclude Greco, «a Slow Fish vogliamo anticipare i temi del prossimo G7 dell’Ambiente di Bologna, perché abbiamo consapevolezza che è necessario intervenire e che per farlo occorre ragionare su scala continentale, prestando attenzione a parole che non sono ancora entrate nell’agenda della politica».

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