Il destino dell’abalone sulla costa di California

23 Giugno 2021

Il tratto di costa californiana nelle contee di Sonoma, Marin e Mendocino occupa un posto speciale nella storia del colonialismo, essendo forse l’unico posto sulla Terra conteso simultaneamente dall’impero spagnolo e da quello russo. Tutto questo decenni dopo che gli Stati Uniti avevano dichiarato l’indipendenza.

Naturalmente, come per ogni terra rivendicata dai colonizzatori, c’erano già dei popoli indigeni che vivevano su questo tratto di costa. Persone le cui tradizioni si sono sviluppate dalle loro relazioni simbiotiche con la terra e il mare. In questo caso erano i Pomo e i Coast Miwok, che abitano ancora nella zona. Jacquelyn Ross è un’indigena Pomo e Coast Miwok proveniente da una lunga stirpe di pescatori. Con lei abbiamo parlato di come siano cambiate le cose negli ultimi decenni e sull’impatto di questi cambiamenti sulla salute dell’oceano e sulle culture indigene, in particolare per quanto riguarda l’abalone.

Due approcci

Mi dice Jacquelyn: «Tutto si riconduce a due approcci diversi alle risorse. C’è la pesca praticata per rifornire la propria comunità o il commercio locale in un’economia circolare, e c’è la pesca intesa come industria commercializzata. In quest’ultimo caso, massicci volumi di pesce catturato sono esportati lontano dalla zona di pesca, paralizzando l’ecosistema locale e concentrando i benefici economici nelle mani delle grandi compagnie. Questo è quello che sta succedendo qui».

Non che il consumo locale non possa essere distruttivo se è eccessivo, come sottolinea Jacquelyn: «Il governo della California ha iniziato a promuovere attivamente il consumo di frutti di mare locali alcuni decenni fa. Da allora, l’impennata della loro popolarità ha fatto sì che alcune specie venissero mangiate fino a scomparire».

Salmone e granchi

I primi a scomparire sono stati i salmoni. La loro abbondanza storica in California è accreditata. Sono i salmoni, infatti, ad aver permesso ai gruppi di nativi americani residenti nell’area «di raggiungere alcune delle più alte densità di popolazione che si sono verificate tra le società native non agricole del Nord America»[1]. Ma l’impennata della popolazione conseguente alla corsa all’oro[2] ha superato la capacità riproduttiva dei pesci. Nel 2008, la pesca era crollata, e la pesca del salmone fu vietata dal governo per la prima volta nella storia. Anche se ora gli stock hanno recuperato in qualche modo, è improbabile che siano mai più di una frazione di quanto non fossero nel loro periodo d’oro pre-coloniale.

Poi venne il tempo del granchio di Dungeness, particolarmente sensibile al riscaldamento delle acque e all’acidificazione degli oceani. Era una specie chiave, che rappresentava più di un quarto delle entrate della pesca sulla costa occidentale, ma dall’ondata di calore marino del 2015 il loro numero ha sofferto, e oggi il numero di granchi che i pescatori sono autorizzati a catturare è limitato.

Il declino dell’abalone

Dunque l’abalone, di cui Jacquelyn parla diffusamente nel suo Food Talk per Slow Fish. Ci racconta: «Lo Stato della California ha promosso il consumo di abalone fin dagli anni Venti, ma oggi non esiste più una pesca legale di abalone rosso selvatico. È stata vietata nel 1997, e all’inizio di quest’anno abbiamo saputo che il divieto sarà in vigore almeno fino al 2026. La gente si è rivolta agli abaloni di allevamento».

Ci sono altri fattori che hanno portato alla scomparsa dell’abalone, oltre alla raccolta eccessiva. Anche il loro habitat, la foresta di kelp, sta scomparendo, lasciando gli abaloni e molte altre specie senza riparo. Il kelp viene distrutto dagli effetti dell’inquinamento e del deflusso agricolo che portano all’acidificazione dell’oceano e alla riduzione dei livelli di ossigeno. Aggiunge Jacquelyn: «Poi c’è il boom della popolazione dei ricci di mare. Sono una specie antagonista e possono avere un impatto significativo sul numero di abaloni. Si fanno strada nelle rocce su cui gli abaloni hanno bisogno di un punto d’appoggio per sopravvivere. Il riccio è resistente e robusto, ed è un cacciatore vorace. Gli abaloni non sono molto mobili, quindi se la loro fonte di cibo si prosciuga non possono spostarsi su nuovi terreni per alimentarsi così facilmente come può fare il riccio”.

Minacce esistenziali

Questa scarsa mobilità crea conseguenze a cascata quando popolazioni specifiche cessano di esistere. Spiega Jacquelyn: «Se gli abaloni di una baia non ci sono più, allora gli animali delle baie adiacenti possono separarsi in modo permanente, portando a lungo termine a una minore diversità genetica e a tutti i problemi che questo comporta».

Abalone rosso allevato al NOAA Southwest Fisheries Science Center. Ph. Heather Kramp, California Sea Grant State Fellow 2017
Abalone rosso allevato al NOAA Southwest Fisheries Science Center. Ph. Heather Kramp, California Sea Grant State Fellow 2017

Infatti, anche gli abaloni che sono riusciti a sopravvivere sono ancora in pericolo. Dice Jacquelyn: «Sono sorte nuove malattie, tra cui la “sindrome dell’abalone che rinsecchisce”. Essa determina l’inibizione del loro sistema digestivo e il conseguente raggrimento. Questo rende più difficile per loro aggrapparsi alle rocce e li rende più vulnerabili alla predazione. Sono stati letteralmente decimati da questa malattia».

Mangiare il problema?

Quindi cosa si potrebbe fare per affrontare questi problemi? Una soluzione che Jacquelyn propone è quella di mangiare i ricci, il rivale dell’abalone: «I ricci più grandi sono apprezzati nel sushi, ma sono i ricci più piccoli che a creare il problema lungo la costa della California. Abbiamo bisogno che i ristoranti e i commercianti di frutti di mare si impegnino a promuovere la vendita e il consumo dei ricci più piccoli per cercare di farne diminuire il numero e dare ad altre specie la possibilità di rigenerarsi. I ricci potrebbero anche essere usati per fare del fertilizzante.»

Metodi indigeni

La lunga proibizione della pesca dell’abalone ha creato uno scollamento culturale, in quanto le tradizioni si erodono e non vengono più tramandate alla prossima generazione. Come dice Jacquelyn: «Ci sono così tanti giovani indigeni che non hanno mai raccolto un abalone. Ho un cugino che non è mai uscito a pescarne uno. Quando l’ho saputo, ho avuto lo stesso tipo di shock che si potrebbe avere nell’apprendere che qualcuno non ha mai cucito un bottone».

Gli abaloni non erano usati solo come cibo dai popoli indigeni. Niente andava sprecato. «La loro carne era mangiata mentre le viscere erano usate come esca per i pesci. Le conchiglie venivano usate come gioielli o decorazione. Un tempo erano un prezioso oggetto di scambio».

A contemporary abalone, clamshell, pine nut, and magnesite necklace by Kimberly Stevenot, Northern Sierra Mewuk. Photo: Kimberly Stevenot

La conoscenza tradizionale

Anche la conoscenza di come catturare e lavorare l’abalone rischia di scomparire: «I raccoglitori di scoglio come me hanno sempre raccolto abaloni esclusivamente vicino alla riva, lasciando gli abaloni più avventurosi e lontani a riprodursi. Quando una popolazione è sana, ci sono abaloni vicino alla riva. Se non ci sono, significa che sono in pericolo. C’è anche un certo modo di lavorarli, ma molte persone, me compresa, sono rassegnate a non raccoglierli più perché la popolazione non si riprenderà abbastanza presto”.

L’atto di lavorare l’abalone non sarà perso, magari, grazie alle popolazioni di allevamento ma, come sottolinea Jacquelyn, manca il quadro generale: «Gli abaloni d’allevamento rappresentano una misura per mitigare il problema, ma l’allevamento degli animali non permette alle persone di conoscere il loro habitat reale e la loro relazione con il loro ecosistema. Ci limita semplicemente agli aspetti della cucina e della macellazione, o in altre parole, a vedere come possano esserci utili».

Ci sono opinioni diverse sull’allevamento di abaloni tra i popoli indigeni, mi dice Jacquelyn: «Alcuni stanno pensando di avviare un’operazione di allevamento. E, specialmente nella Central Coast californiana, esistono già allevamenti che amano promuoversi come etici. Personalmente, non ho mai assaggiato un abalone d’allevamento. Non sono riuscita a farlo nemmeno quando mi è stato offerto. È una questione di principio».

Cosa significa la perdita

La perdita dell’abalone è ancora più grande di quello che potrebbe significare per l’economia locale, o per i popoli indigeni dell’area: «Troppo spesso dimentichiamo le relazioni tra i diversi elementi dell’ecosistema. Sono tutti interconnessi. Quindi se togliamo un animale dal suo habitat, volontariamente, stiamo spezzando legami in un sistema vitale più ampio. La gente può capire questo ecologicamente, il modo in cui funziona il ciclo della vita. Ma c’è anche una perdita spirituale, quando gli animali sono persi per sempre. Stiamo togliendo al pianeta qualcosa che non tornerà».

Questa mancanza di rispetto per la complessa natura interconnessa degli ecosistemi si riflette anche in un’ignoranza delle complesse reti di relazioni tra le comunità indigene. Dice Jacquelyn: «C’è una scarsa consultazione con gli indigeni che lavorano da più tempo con queste specie. Spesso quando scopriamo che qualcosa sta per essere regolamentato ci viene detto che c’è stato un periodo per i commenti pubblici, ma questo è diverso dal contattare effettivamente gli indigeni e provare a parlare con loro delle loro esperienze.

Interconnessi

Continua: «La California Coastal Commission non considera i popoli dell’interno, ma questo è sbagliato. I popoli dell’entroterra non sono solo parenti di sangue, sono anche parenti di tradizioni alimentari. È tutto interconnesso. Si possono vedere immagini di abaloni sui vestiti delle tribù che vivono a ore di distanza dal mare. Come hanno fatto persone che vivono a tre ore dall’oceano ad avere accesso agli abaloni? Come hanno fatto a mantenere le loro canzoni e danze che pregano l’oceano, nel corso dei secoli, nonostante la distanza? Queste relazioni tra i popoli dell’interno e della costa sono attestate in queste culture. La storia di Donna Abalone è diffusa fra le tribù fluviali dell’entroterra. Questo la dice lunga sull’importanza di questo animale, e sul posto che occupa nella nostra cultura, così come della nostra ecologia».

di Jack Coulton, info.eventi@slowfood.it


[1] https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/10641269908951361

[2] La popolazione della California è cresciuta di ben 25 volte rispetto al 1850 entro il 1910, da 92.597 persone a 2.377.549 persone in soli 60 anni, secondo il Los Angeles Almanac.