I nuovi Argonauti per il futuro degli oceani

08 Giugno 2021

La prima conferenza di Slow Fish, Il futuro degli oceani, ha celebrato il World Ocean Day e il Decennio del mare delle Nazioni unite.

Con questo incontro abbiamo posto al centro il bene comune primario. Oceani e mari che costituiscono il 70% della superficie del nostro pianeta, e ne regolano il clima, forniscono il 50% di ossigeno, sono lo scrigno della maggiore biodiversità esistente, garantiscono innumerevoli servizi ecosistemici.

Eppure, il futuro degli oceani è posto di fronte a molte minacce. Di qui la necessità di riflettere sui cambiamenti necessari a livello politico per frenare questa deriva.

I numeri

cambiamento climatico
Ph. Unsplash | Borna Bevanda

Secondo l’ultimo rapporto della FAO sullo Stato della pesca e dell’acquacoltura mondiale, nel 2030 la produzione ittica totale è destinata ad arrivare a 204 milioni di tonnellate con un incremento del 15% rispetto al 2018. Il consumo globale di pesce per scopi alimentari è aumentato con un tasso medio annuo del 3,1% dal 1961 al 2017, una percentuale quasi doppia rispetto a quella della crescita della popolazione mondiale (1,6%) per lo stesso periodo, e superiore a quello del consumo di tutti gli altri alimenti proteici di origine animale (carne, latticini, latte, ecc.), che è aumentato del 2,1%. Sempre a livello globale i mari in cui si pesca di più sono Mediterraneo e Mar Nero, con il 62,5% di stock sovrasfruttati, il Pacifico sudorientale con il 54,5% e l’Atlantico sudoccidentale con il 53,3%. 

Slow Food vuole porre l’accento su questi processi che stanno portando velocemente a un impoverimento dei nostri mari. La perdita di biodiversità non è solo un problema ambientale. A livello globale, infatti, più di una persona su dieci dipende dalla pesca per guadagnarsi da vivere e nutrire le proprie famiglie. Le persone impiegate nel settore primario della pesca e dell’acquacoltura sono 59,5 milioni, il 14% delle quali sono donne. 

Per questo motivo, secondo Slow Food, è importante invertire la rotta finché si è in tempo e pensare agli ecosistemi marini non come un contenitore di risorse infinite, ma come un sistema complesso da studiare, salvaguardare e gestire in un’ottica di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Il mare, quindi, inteso come bene comune dove i pescatori, soprattutto quelli della piccola pesca artigianale, devono essere maggiormente coinvolti nella pianificazione degli strumenti di gestione della pesca e della costa.

Un solo oceano

Nella riflessione sul futuro degli oceani abbiamo coinvolto quattro dei membri dell’advisory board di Slow Fish. Antonio Garcia Allut ha realizzato progetti per il rafforzamento del ruolo dei pescatori artigianali sul mercato, nella società e nella governance e gestione sostenibile delle risorse marine. «Al di là dei suoi nomi, l’oceano è uno, un unico mezzo di unione di tutti i paesi costieri. È il nostro ecosistema madre: produce ossigeno, regola il clima, fornisce alimenti e servizi ecosistemici. Ci è necessario, ed è il principale ecosistema da proteggere. Questa convinzione dovrebbe diventare parte della cultura globale, eppure l’oceano oggi è pieno di sporcizia e sempre più impoverito».

Continua Allut: «Dobbiamo porci come i nuovi argonauti, dare una spinta al nostro desiderio di conoscenza e cercare il migliore oceano possibile. È necessario un cambio di passo: l’oceano a livello planetario deve essere visto come il bene comune per tutti: non devono essere solo i governi o i macroprogetti economici a decidere della sua governance, tutti dovremmo essere responsabili della sua gestione, a partire dai pescatori di piccola scala, i primi a soffrire della tendenza all’accaparramento di grandi spazi marini, e i primi a essere privati della propria fonte di sussistenza. La soluzione possibile a mio avviso risiede in una strategia di co-governance a diversi livelli, dal locale all’internazionale, basandoci sulla fiducia reciproca».

Poniamo fine al sovrasfruttamento, ricostruiamo equilibri

prud'homie
Ph. Alexis Fossi, il Presidio della prud’homie del Mediterraneo

Didier Ranc è un pescatore in pensione, primo prud’homme della comunità di pescatori di Seyne sur Mer e St Mandier; è anche presidente dell’organizzazione di piccoli pescatori Union Intersyndicale des petits métiers de la Pêche e coordinatore dei pescatori del Presidio Slow Food della Prud’homie del Mediterraneo. «Il mare Mediterraneo, come lo conoscevamo un tempo, era uno spazio di libertà che collegava popoli e specie di pesce. Oggi sono molte le zone in cui le risorse del mare sono sovrasfruttate: il Golfo di Lione, le coste spagnole, quelle del Sud Italia, le tunisine: si possono fare numerosi esempi».

Come invertire questa tendenza e garantire agli oceani un futuro migliore? Commenta Ranc: «Innanzitutto è importante non sovrasfruttare le specie, evitare squilibri, e riuscire a gestire, fin dalla base. È necessario decentralizzare la gestione della pesca, tornare alla libertà, ponendo la parola fine alla politica della privatizzazione. Dobbiamo fare marcia indietro, tornando alla pesca di 40-50 anni fa, per recuperare un’idea di pesca sostenibile, e porre la parola fine alla politica della privatizzazione. Inoltre, non ultimo, i politici devono ascoltarci, devono sentire la nostra voce».

Il dialogo tra pescatori, e con i pescatori

Intervengono nella conferenza sul futuro degli oceani anche Yassine Skandrani (Tunisia), che racconta il progetto dell’Associazione tunisina per lo sviluppo della pesca artigianale e dell’associazione Club bleu artisanal. Dall’Italia, invece, Marco Dadamo porta l’esperienza di tre Presìdi pugliesi: la piccola pesca di Torre Guaceto, la piccola pesca di Porto Cesareo e la pesca tradizionale delle secche di Ugento. Tre aree molto diverse per la superficie destinata alla pesca e anche per l’impatto delle diverse marinerie, ma con percorsi simili, che partono da esperienze di sfruttamento per poi approdare a prese di consapevolezza e alla necessità di autoregolamentazione, fino a diventare esempi per il Governo del territorio.

Un altro futuro degli oceani è possibile. Se facciamo tutti la nostra parte

Governi e pescatori. Modelli di cogestione. Ma il consumatore che ruolo può svolgere nel determinare il futuro degli oceani? Conclude Garcia Allut: «Dobbiamo garantire la partecipazione di tutti, anche dei consumatori, ai processi decisionali»Antonio: cogestione senza aree marine? Importante è la partecipazione degli utenti ai processi decisionali, recuperando il senso di responsabilità individuale. Per farlo, è necessario informare il pubblico sul pesce che sta acquistando. Bisogna pensare a un sistema di informazione che arrivi anche nei supermercati e che descriva il sistema di pesca, raccontando al consumatore i vantaggi ambientali, economici e sociali  della pesca artigianale. Dicendogli che la pesca artigianale è più sostenibile di quella industriale per quanto sia priva, a volte, di sistemi di certificazione».

Per costruire il futuro degli oceani, partecipa a Slow Fish

I webinar di Slow Fish sono rivolti a tutti coloro che hanno a cuore il futuro delle Terre d’acqua, e mirano a fare emergere perché questo mondo riguardi tutti da vicino, anche chi non vive a stretto contatto col mare.  Cogliere il senso di questa fondamentale interconnessione è cruciale per il futuro del pianeta. Scopri qui il calendario dei prossimi appuntamenti!

di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it

Cover image Photo by Paolo Chiabrando on Unsplash