Chi sfrutta, non piglia pesci: analisi del Rapporto sulla pesca di Ocse

24 Marzo 2023

Lo dice anche l’Ocse: sovrasfruttare il mare è un problema (anche) economico. Secondo il Rapporto sulla pesca 2022 elaborato dall’organizzazione, un terzo degli stock ittici non sono in buona salute.

Un problema per la biodiversità e – afferma l’organizzazione internazionale – anche per l’economia. Ecco perché agire in modo sostenibile rappresenta un vero affare.

Lo scorso 13 dicembre l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha pubblicato il Rapporto sulla pesca 2022. La pubblicazione, basandosi sui dati forniti da 32 Paesi, prova a fare il punto sulla situazione globale degli stock ittici e a valutare in che modo possano essere gestiti meglio: nelle 124 pagine dell’ultimo rapporto, che si riferisce ai dati del 2020 relativi a 1457 stock, si legge che «il 64% degli stock gode di buona salute, il 18% non raggiunge gli standard di sostenibilità e per un ulteriore 18% i dati non sono sufficienti a una valutazione». Uno su tre, in altre parole, non supera l’esame.

Rapporto sulla pesca: non si tratta di una questione squisitamente ambientale

È la stessa Ocse, in un passaggio, a mettere nero su bianco che ripristinare quel 18% di stock ittici che non soddisfa gli standard di sostenibilità «è necessario per garantire la salute a lungo termine e migliorare la produttività e il ritorno economico nel settore della pesca». In più pagine, per la verità, si sottolinea l’aspetto economico: «Il miglioramento della salute degli stock può portare a guadagni significativi per quanto riguarda la produttività dell’attività della pesca, con benefici sulla redditività e sul benessere delle comunità costiere che dipendono dalla pesca», si legge in un altro stralcio.

Come a dire che sfruttare in maniera eccessiva le risorse naturali non ha effetti negativi soltanto sulla disponibilità delle risorse stesse, ma anche sulla vita e sugli affari dell’uomo. Che sia il tasto giusto su cui battere per veder finalmente cambiare le abitudini di consumo?

Per la sostenibilità del settore servono politiche di sussidio efficaci

Lo stato di salute delle popolazioni marine e del loro ecosistema dipende in buona parte dalle politiche di finanziamento alla pesca decise dagli stati nazionali. Parliamo di sostegni economici che, tra 2018 e 2020, si aggirano intorno ai 10,4 miliardi di dollari annui. Nella ricerca (in cui sono stati analizzati 40 Paesi, di cui 10 extra-Ocse catalogati come economie emergenti), le tipologie di sostegni vengono suddivise in quattro ambiti a seconda della probabilità che abbiano come effetto la promozione di pratiche di pesca non sostenibili (rischio alto, moderato, incerto, nessun rischio). Tra le prime rientrano, ad esempio, i contributi per l’acquisto di carburante, imbarcazioni e attrezzatura. Tra quelle prive di rischio, le attività di monitoraggio, controllo e sorveglianza.

Le percentuali relative ai diversi tipi di finanziamenti divergono in maniera sostanziale: se, nei Paesi Ocse, quelli catalogati ad alto rischio pesano per il 12% del totale, nelle economie emergenti il dato supera il 53%. Ed è tutt’altro che un bene, segnala l’Ocse nel rapporto: «Quando il sostegno del governo incoraggia una pesca insostenibile, finisce per compromettere i mezzi di sussistenza dei pescatori, danneggiando la produttività e l’esistenza stessa della risorsa da cui dipendono, rendendoli potenzialmente più dipendenti dal sostegno del governo». Un circolo vizioso che tende a impoverire sempre di più le comunità locali.

Per questo motivo la raccomandazione è che «la gestione sostenibile degli stock ittici passi attraverso politiche di sostegno che non compromettano la salute delle risorse e degli ecosistemi e garantiscano la resistenza alle sfide che il settore deve affrontare a livello globale, come cambiamenti climatici, riduzione delle emissioni, aumento dei prezzi».

L’azione dei governi è fondamentale

Quindi, che fare? Ricostruire gli stock ittici al di sotto degli standard di sostenibilità, investire di più nelle valutazioni sulla loro salute, esaminare attentamente le politiche di sostegno e indirizzarle meglio: queste, in sintesi, le raccomandazioni rivolte ai governi. In aggiunta, si chiede di accettare l’accordo sulla pesca raggiunto a giugno 2022 dall’Organizzazione mondiale sul commercio (Omc), che rappresenta un primo passo (atteso vent’anni) per arginare alcuni tipi di sussidi statali particolarmente dannosi, come quelli che favoriscono la pesca illegale o intensiva.

E proprio in merito a quell’accordo, di recente dall’Unione europea è arrivata la promessa di un milione di euro, somma che contribuirà al meccanismo di finanziamento previsto dall’Omc per incentivare la sostenibilità e l’attuazione dell’accordo tramite sovvenzioni ai Paesi in via di sviluppo e con meno risorse.

Di questo e di tanti altri temi parleremo a Slow Fish, a Genova, dal 1 al 4 giugno.

Organizzato da Slow Food e Regione Liguria con il patrocinio della Città di Genova, Slow Fish 2023 è a Porto Antico, Genova, dall’1 al 4 giugno. Iscriviti alla newsletter di Slow Food per essere informato su tutte le novità. #SlowFish2023

Cover image: Federico Burgalassi, Unsplash

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