Da Slow Fish, e da una regione come la Liguria, un incontro sul paesaggio – in Arena Slow Fish Masaf –non poteva non prevedere una riflessione e un racconto sui muretti a secco. Che, come ha spiegato Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia, nell’introdurre la conferenza sui Paesaggi terrazzati, sono emblema del paesaggio ligure, frutto dell’incontro felice tra essere umano e natura, simbolo culturale e patrimonio da tutelare.
Tanti gli esempi liguri di paesaggi terrazzati, e anche uno sguardo extraregionale sono stati i tasselli che hanno composto un racconto che sa di poesia, bellezza, conoscenze e fatica.
Paesaggi terrazzati, identità delle Cinque Terre
Tra i relatori Patrizio Scarpellini direttore del Parco delle Cinque Terre. Le sue parole ci portano a un territorio diverso da quello raccontato dai fatti di cronaca: «Finalmente, parlando dei paesaggi terrazzati si parla delle Cinque Terre nella sua essenza. Per capire queste terre le si deve guardare con le spalle al mare, in modo da cogliere la fatica che comporta lavorarle, ma anche la bellezza».
I muretti a secco sono espressione di una cultura antica, ma allo stesso tempo sono contemporaneissimi per la loro capacità di proteggere un territorio fragile dal dissesto idrogeologico. Continua Scarpellini: «Abbiamo fatto un patto con le nuove generazioni, stendendo il primo Piano di adattamento climatico: tutto quello che facciamo deve porre questa tematica come nodo centrale. Adattarsi non significa risolvere, ma è un passo importante. Significa valutare le variabili che si sono create e cercare di adattarsi, come attraverso il progetto Stone Walls for Life, che prevede il recupero e il successivo mantenimento di circa 6 ettari di terrazzamenti».
Né va dimenticato che i muretti a secco sono elemento di una cultura in sintonia con la natura che non può e non deve essere persa. Conclude Scarpellini: «Per noi il sapere dei muretti a secco va difeso. Non possiamo permetterci di perderlo, e pertanto abbiamo avviato corsi di formazione rivolti ai giovani, e anche ai rifugiati. Mantenere un muretto a secco significa anche occuparsi dell’aspetto idrologico e geologico del versante, significa perpetuare un paesaggio. Dobbiamo lavorare per difendere la nostra identità, e lo facciamo anche fornendo i pali e le pietre per ricostruire i muri. Lavoriamo perché il paesaggio resti com’è, mantenga la sua bellezza e la sua identità. Se vengono meno i terrazzamenti coltivati, alla lunga avremo perso tutti».
Il vino eroico dei paesaggi terrazzati
Alle parole di Scarpellini ha fatto eco Samuele Heidi Bonannini, produttore del Presidio del Cinque Terre Sciacchetrà e da poco Presidente di Slow Food Liguria. «Ho cominciato quasi per scherzo a 16 anni a costruire un muretto a secco e non mi sono più fermato. La nostra è una viticoltura dove la lavorazione si fa esclusivamente manualmente perché non c’è altra strada. Il futuro ha tante sfide davanti, ma guardando a quel che ho costruito in questi anni ho uno sguardo di fiducia».
Da quando Bonannini ha messo mano al primo muretto, ci sono stati segnali di crescita che ci fanno ben sperare per il futuro. «Quando è nata la mia azienda, era la sesta sul territorio, oggi ce ne sono una trentina. C’è stata una riapertura di cantine, c’è stato un ritorno alla terra, ma ci siamo scontrati col problema della scarsità di manodopera. È nato allora il progetto dello Sciacchetrà del Migrante. Questo progetto è partito su una collina dietro Riomaggiore, lavorando con 4/5 ragazzi, che si sono occupati di ripristinare un’area abbandonata, di ripulirla, di metterla in sicurezza. Alcuni di loro hanno iniziato a lavorare nella mia azienda. In queste terre recuperate abbiamo riavviato la produzione di Sciacchetrà e a mio avviso, questo è uno dei progetti più riusciti che abbiamo intrapreso: le prime bottiglie dello Sciacchetrà del Migrante sono uscite lo scorso anno, a breve uscirà la seconda annata. Siamo riusciti a mettere il faro nel punto giusto, che non sono i paesi in cui si concentra il turismo… Il punto giusto è un po’ più su, dove i muretti a secco sono emblema del paesaggio».
Il Presidio Slow Food degli olivi secolari
Ci spostiamo dallo Spezzino al Savonese per ascoltare la testimonianza di Marco Dominici, dell’azienda Vincenzo Salvo di Chiusavecchia (IM), Presidio Slow Food degli olivi secolari in Liguria. «Per noi preservare i muretti a secco e preservare le piante secolari di taggiasca sono due obiettivi complementari, che ci consente di affrontare la manutenzione del territorio. La provincia di Imperia è quella che ha la più alta percentuale di piante secolari in Italia, sono piante di 300/400 anni che dobbiamo impegnarci a mantenere. Ma oltre agli olivi dobbiamo capire cosa vogliamo fare di questo paesaggio occupandoci anche dei terrazzamenti».
Le stime, a livello italiano, parlano di almeno 170.000 chilometri lineari di muri a secco, una lunghezza che è 20 volte quella della Grande Muraglia Cinese. Vedendo le cose da questa prospettiva, continua Dominici, risulta evidente che «i terrazzamenti, i muretti a secco, tengono davvero in piedi e insieme l’Italia. Sarebbe importante, allora, che ci fosse un risveglio collettivo rispetto a questa tematica, un interesse politico. Sarebbe importante occuparsi di questo patrimonio collettivo e metterlo a sistema».
L’esperienza del Carso

Nella sua testimonianza Enrico Maria Milič, Slow Food Travel Carso e Trieste, parla di un territorio di mare e di pietre, che si sviluppa a un’altezza media compresa fra i 200 e i 400 metri sul livello del mare, e in particolare dei terrazzamenti della costiera triestina dove il clima carsico, si trasforma in un clima sub-mediterraneo: «Tra il 1960 e il 2010, il 78,5% della SAU è stato perso. Qual è stata, dunque, l’interazione dell’uomo con questo territorio? Cosa è successo perché molta di questa ricchezza di territorio venisse abbandonata?».
«Certo, ci sono esempi – non pochi – di una resistenza virtuosa. C’è la storia della produzione vinicola e olivicola, ma oggi buona parte di quel che connotava il territorio negli anni Sessanta è andata perduta. Prosperano i rovi e l’incolto, i caprioli, i cinghiali… e cresce il pericolo di frane e incendi. Come modificare questo stato di cose?».
Milič conclude citando l’antropologa Kay Milton, secondo la quale l’esperienza diretta e le emozioni positive verso il paesaggio – l’amore per la natura – sono fondamentali per sviluppare un senso di responsabilità ambientale. «Formare le persone alla natura, ai suoi prodotti e alle sue persone deve essere una priorità e i buoni progetti in tal senso non mancano, mostrando tra l’altro come la cura e la manutenzione del paesaggio possa generare turismo e reddito per i produttori agricoli e chi lavora col mare».
Costruiamo muretti a secco, impariamo a riconoscerne il valore culturale e paesaggistico. Vediamoli come fonte di vera ricchezza. Rispettiamoli.
di Silvia Ceriani, info.eventi@slowfood.it